21 maggio 2010

Elvira Dones
NATA FEMMINA
Lettera aperta a Belusconi della scrittrice albanese Elvira Dones

La scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi".
In visita a Tirana, durante l'incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".


Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì.
Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci. Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi

Merid Elvira Dones

23 aprile 2010


Camus, ‘l’assurda’ joie de vivre
di Gian Carlo Zanon

10 febbraio 2010

Creatività come immagine e pensiero
Presentazione di una nuova Associazione
di Antonio Di Micco

Creatività come immagine e pensiero. Presentazione di una nuova Associazione

30 gennaio 2010

La principessa e la macchia d’inchiostro
di Susanne Portmann

Nei giorni della rivolta di Rosarno e del terremoto di Haiti sono andata a rileggermi “Milena”, il libro di Margerete Buber-Neumann sulla giornalista e scrittrice ceca, Milena Jasenská, conosciuta e morta nel campo di concentramento di Ravensbrück nel 1944, a 48 anni.
Scoprii questo libro una sera guardando “Apostrophes”, la celebre trasmissione di François Pivot. L’ospite di Pivot quella sera era appunto Margerete Buber-Neumann, che era stata la compagna di Heinz Neumann, leader del partito comunista tedesco. Al suo fianco, nel 1935, aveva dovuto fuggire a Mosca ma a Mosca, lui era finito davanti al plotone d’esecuzione, durante le purghe staliniste nel 37. Lei, etichettata dai comunisti di Stalin come “elemento socialmente pericoloso”, era stata deportata in Siberia, e poi, nel 1940, era stata consegnata dai sovietici ai nazisti che la internarono nel lager femminile di Ravensbrück.
E fu a Ravensbrück che Margerete divenne amica di Milena, l’amante di Kafka, la destinataria delle famose lettere dello scrittore praghese. Era stata Milena ad avvicinare Margerete, proprio perché voleva sapere da lei, se erano vere quelle voci che correvano, che l’Unione Sovietica aveva rispedito a Hitler dei militanti antifascisti emigrati Russia. Una verità dura da digerire, anche dopo la guerra. La Buber-Neumann, infatti, nel 1947 a Parigi, testimoniò al “processo del secolo”, contro il settimanale del partito comunista francese “Les Lettres Françaises” a favore di Viktor Andreevič Kravčenko, autore del libro “Ho scelto la libertà”, una forte denuncia dei Gulag, un mentitore e una spia dei capitalisti, per i comunisti.
Rileggere “Milena” mi ha riportato alla sensazione che vissi la sera della trasmissione, di un momento in cui qualcosa cambia, perché i sentieri battuti si sono rivelati tutti ingannevoli. E alla successiva lettura del libro della Buber-Neumann, oltre a dover prendere definitivamente atto della dimensione della tragedia della complicità tra nazismo e comunismo - che ambedue le donne avevano sperimentato sulla propria pelle (per Milena erano “vini della stessa botte”) - cambiò misura e prospettiva anche il mio infinito amore per Kafka, dal momento che alle insuperabili lettere dello scrittore, si accostarono le poche di Milena indirizzate a Max Brod, dove lei, dell’uomo Kafka e della sua “angoscia” insita nel suo rapporto con le donne, oltre che della propria impossibilità di vivere l’amore per lui, scrive la propria visione:
«So fino all’ultimo nervo in cosa consiste la sua angoscia. Questa c’era anche prima di me, quando egli ancora non mi conosceva. Ho conosciuto la sua angoscia prima di conoscere lui. Comprendendola mi sono corazzata contro di essa. Nei quattro giorni i cui fu con me, Frank [Milena così chiamava Kafka] l’aveva perduta. Ne abbiamo riso. So con certezza che nessun sanatorio riuscirà mai a guarirlo. Egli non sarà mai sano, Max, fintanto che avrà questa angoscia. E nessuno corroborante psichico può superarla poiché l’angoscia ostacola l’azione corroborante. Quest’angoscia non si riferisce soltanto a me ma a tutto ciò che vive spudoratamente, anche, per esempio, alla carne. La carne è troppo scoperta, egli non ne tollera la vista. […] Se allora fossi venuta con lui a Praga, sarei rimasta per lui quella che ero. Io invece avevo i piedi ancorati saldissimamente in terra viennese, non ero in grado di abbandonare mio marito e forse ero troppo donna per trovare la forza di assoggettarmi a una vita che sarebbe stata, sapevo bene, la più rigorosa ascesi fino alla morte. Dentro di me c’era un desiderio folle di una vita tutta diversa da quella che faccio e che forse non farò mai, di una vita con un bambino, di una vita che sia molto terra-terra. E questo sentimento infine in me ha vinto su ogni altra cosa, sull’amore, sul fascino di una vita aerea, sull’ammirazione e, ancora, sull’amore. […] e poi era anche già troppo tardi. Questo conflitto era divenuto in me già troppo evidente e questo lo ha spaventato. Perché è precisamente contro questo che lui lotta, da sempre, ma dall’altra parte della barricata. Di seguito la sua angoscia è tornata, si è insinuata tra noi. […] ero troppo debole per fare, realizzare l’unica cosa che, lo sapevo, lo avrebbe aiutato. Ed è colpa mia. E anche lei sa che è colpa mia. […]. Le donne che lo hanno incontrato erano donne comuni che sapevano vivere, appunto, solo come donne. Credo infatti che sia il mondo tutto intero, tutti gli esseri umani ad essere malati e che lui sia l’unico ad essere sano, l’unico che comprenda, a sentire come conviene, il solo essere puro. So che lui non si difende contro la vita, ma solo contro questo tipo di vita. Se io fossi stata capace di partire con lui, avrebbe potuto vivere felice con me. Ma tutto ciò, lo so oggi. Allora, ero una donna comune, come tutte le donne del mondo, una piccola donna prigioniera dei propri istinti. Ed è questo che ha suscitato la sua angoscia. Era fondata». (Lettera 5 del 1921, in Franz Kafka, “Lettere a Milena”, Oscar Mondatori, 1988, 273-4 e B-N, 98-100)
Milena scrisse questa lettera in ceco, ed è difficile capire cosa intendesse veramente definendosi una donna “ordinaria” (come troviamo scritto nella traduzione francese) o “comune” (in quella italiana). Perché Milena Jasenská ordinaria o comune non lo fu davvero mai.
Al momento in cui visse la sua storia con Kafka aveva 24 anni. Si era sposato con Ernst Polak contro la volontà del padre due anni prima ed era andata a vivere con il marito a Vienna. Jan Jesensky, il padre, emerito chirurgo maxillo-facciale, patriota ceco conservatore, antisemita e membro della più esclusiva società praghese, pur di impedire il matrimonio della figlia con un ebreo, l’aveva fatto rinchiudere per mesi nel manicomio di Velenslavin, con la “diagnosi” di “mancanza patologica di senso della morale”. Quando alla fine si era comunque arrivati alle nozze le aveva negato ogni aiuto economico.
Che Polak poi, a Vienna avesse fatto vivere Milena solo una vita di stenti, che l’avesse anche tradita con quattro amanti contemporaneamente, è sorte questa forse sì “comune” e “ordinaria” di molte donne e non solo dell’epoca. Parlando degli uomini che aveva conosciuto, Milena confidò alla Buber-Neumann: «È stato sempre il mio destino di non aver potuto amare che uomini deboli. Nessuno di loro ha mai provveduto a me, o mi ha anche semplicemente vezzeggiata. È questa la punizione in cui incorrono le donne se hanno troppa iniziativa, cosa che gli uomini amano solo per poco tempo, persino quelli deboli. Dopo una donna indipendente ne cercano un’altra del tutto diversa, una bambolina fragile che tiene il broncio, si siede sul divano con le mani sulle ginocchia e li guarda con ammirazione. La maggior parte delle donne che hanno preso il mio posto erano di questo genere. Ed è sempre stato così che ho visto trasformarsi miracolosamente i mei uomini, sprovvisti di ogni senso pratico e immaturi – ma tutti tanto spirituali. Per le loro nuove compagne, dopo, salivano correndo le scale, a trovare appartamenti, correvano da un ufficio all’altro, si procuravano documenti, scrivevano lettere ufficiali. Cominciarono persino a guadagnare dei soldi». (B-N,117-118)
Cosa poteva fare Milena a Vienna, in una città a lei straniera, lei che ancora masticava poco il tedesco, rinnegata dal padre e costretta a guadagnare lei da vivere per se e per il proprio marito, troppo indaffarato, lui, a tradirla e a seguire le elucubrazioni del “circolo di Vienna”? Cosa poteva fare per rendersi indipendente e uscire dall’umiliazione e della solitudine che finirono per portarla anche alla cocaina, di cui del resto tutti facevano uso nei circoli viennesi degli intellettuali e degli scapigliati? Non avendo una formazione completa (solo per qualche tempo aveva fatto studi di medicina costretta dal padre), finì per accettare qualunque lavoro le potesse capitare e quello che le capitò più spesso fu quello di portabagagli alla stazione ferroviaria. Diede lezioni di ceco, iniziò a fare delle traduzioni dal tedesco al ceco e cominciò a scrivere brevi saggi e articoli che riuscì a pubblicare su un giornale ceco.
Milena nella sua giovinezza praghese come del resto anche nei suoi successivi anni viennesi conobbe di persona gran parte degli scrittori del suo tempo. Era un’osservatrice eccezionale della società in cui viveva, era colta e di finissimo intuito psicologico e letterario. Tutte caratteristiche che poi le permisero di farsi luce come giornalista.
Fu lei la prima a capire il genio profondo di Kafka. Lo aveva incontrato a Praga frequentando i circoli letterari, ma lesse le sue prime novelle solo nel ‘20 a Vienna, dopo aver imparato il tedesco. E fu lei la prima a tradurlo in ceco, portando con caparbietà fino in fondo quella che era una vera e propria impresa. Perché - spesso lo si scorda - Kafka nella sua Cecoslovacchia era uno scrittore sconosciuto, proprio perché aveva sempre scritto nella lingua tedesca ed era parte, come Rilke, del fenomeno della letteratura tedesca praghese, creata da artisti che finirono per essere quasi stranieri nella propria patria, nel silenzio e nell’assenza di qualsiasi accoglienza da parte dei propri connazionali cechi.
Milena, in un suo articolo, parlando di Kafka, dice: “Credo che l’uomo migliore che abbia mai conosciuto, fosse uno straniero che ho spesso incontrato in società.” (B-N, 85). Straniero, nella società praghese, Kafka, in effetti, lo era doppiamente, in quanto scrittore tedesco e in quanto ebreo. Ma non meno di Milena che, figlia ribelle all’autoritarismo del padre antisemita, era finita nel suo misero esilio privato a Vienna.
La profonda capacità di Milena di comprendere l’opera di Kafka e l’angoscia di Kafka come uomo si potè basare sull’affinità delle loro storie personali, caratterizzate entrambe da un duro conflitto con un padre autoritario. Milena, ribellandosi al padre, era finita a essere una sposa infelice, ma era riuscita a sfuggire un padre che l’aveva dichiarata pazza e rinchiusa in manicomio. A Vienna, nel 1922, la sua situazione materiale e psicologica era drammatica. Ma innamorandosi di Kafka rischiò tutto: perché con quest’amore, per la somiglianza delle loro due storie, corse il rischio di identificarsi in tutto con l’uomo che, da scrittore geniale riuscì sì a dare al proprio conflitto con il padre espressione umana universale, ma che sul piano personale - trattandosi appunto non solo di conflitto con il padre “esteriore”, ma anche di conflitto con una dimensione interiore complice - lo aveva tramutato in malattia fisica mortale. E a proposito del conflitto di Kafka con il padre, forse non è futile chiedersi perché Kafka, ben essendo madrelingua tedesco e ben raggiungendo una prosa tedesca che tuttora attende rivali, diceva di amare di più il ceco. Il padre di Kafka, in fin dei conti, era la metafora della decrepita società aristocratica-cattolica-asburgica (di lingua tedesca) che già da tempo aveva dato la nascita al suo figlio più terribile: Adolf Hitler.
Milena (la ceca) si salvò dal suo innamoramento per Kafka, pur vivendo i due anni che seguirono ammalata gravemente anche lei nel fisico e sull’orlo del suicidio. A suo dire si salvò perché era “ordinaria” o “comune”, perché “troppo donna” e per la sua “nostalgia di una vita con un bambino, terra-terra”. Noi diciamo che si salvò per la vitalità che Kafka ben seppe riconoscere in lei, ma anche per l’intelligenza che direttamente scaturiva da questa sua vitalità e che, solo dopo la storia con Kafka, si palesò nelle scritture di Milena.
Uscì dall’amore per Kafka, dal suo matrimonio e dalla miseria viennese diventando, come dice la Buber-Neumann, “creativa”, scrivendo da giornalista e come tale venne presto riconosciuta. Scrisse come corrispondente estera per i giornali praghesi più autorevoli. E Kafka a Praga leggeva questi articoli, “contro le stazioni balneari tedesche” o dove parlava “della felicità di passare l’estate lontano delle ferrovie”, articoli magari di moda e di costume, sì, ma che in realtà sono affreschi pieni di osservazioni personalissime, racconti veri e propri. Kafka, a proposito di uno di questi pezzi, scrisse che gli aveva fatto «l’impressione di un gigante che impedisce, allargando le braccia, al pubblico di arrivare sino a te [Milena]». (B-N, 111).
Milena scriveva bene, e negli anni che seguirono si guadagnò sempre da vivere scrivendo, perché tutti i direttori di giornali cechi, di qualsiasi orientamento politico, sapevano quanto valeva la sua firma. Fece ritorno a Praga da giornalista affermata e alla fine stimata persino dal padre, in una città profondamente cambiata, meno provinciale, e dove della sua vecchia cerchia di amici bohèmien molti già erano divenuti comunisti, come il secondo marito di Milena, l’architetto Jaromir Krejcar, che lei sposò nel 1927 e da cui ebbe la sua bambina, Honza.
E anche Milena divenne membro del partito comunista ceco. E soltanto questa sua militanza comunista che durò cinque anni riuscì a soffocare la sua scrittura. Dice a proposito la Buber-Neumann: «A Ravensbrück lei mi ha confessato che aveva quasi completamente persa la capacità di scrivere quando militante nel partito. All’inizio si era sforzata di convincersi che il partito era il solo detentore della verità, ma aveva trovato ben presto insopportabile dover ripetere incessantemente nei suoi articoli le parole d’ordine del PC o essere costretta comunque a parafrasarle». E il partito sopportò a lungo lo scrivere non ortodosso di Milena. «Il che si spiega [dice la Buber-Neumann], da una parte per la particolarità del partito ceco, dove sino agli anni trenta, esisteva ancora una cosa come la “solidarietà tra bohèmien” – fenomeno da molto tempo impossibile in altri partiti comunisti. Non bisogna dimenticare che questo partito, contava tra i suoi membri, ad esempio, un Jaroslav Hasek, l’autore del “Buon soldato Svejk” – un anarchico, […] un uomo che se ne fregava della “linea politica” e che prendeva in giro tutti e tutto. Milena era una figura della bohème e per tale ragione la si amava, la si trattava con indulgenza. Può darsi anche che le si lasciasse un margine di libertà perché veniva dalla stampa borghese e ci si proponeva, attraverso di lei, di stabilire qualche contatto con i circoli intellettuali che lei frequentava». (B-N, 131)
Milena fu espulsa dal partito nel ‘36, anno in cui divorziò anche dal secondo marito che, due anni prima si era trasferito a Mosca e poi era riuscito a far ritorno a Praga nel ’37 (con una nuova moglie russa). Nessun compagno ceco ha mai risposto alle lettere che Krejcar scriveva da Mosca, in cui raccontava come stavano andando le cose sotto Stalin.
Milena, in conseguenza di una grave malattia che aveva contratto durante la gravidanza e che le deformò a sempre una gamba, era diventata anche morfinomane. Ma ancora una volta si risollevò, da un matrimonio fallito, dalla malattia, dalla droga, dal disinganno per il comunismo: salvò la propria scrittura, realizzando infine la sua vera identità di grande giornalista politica, di rara chiaroveggenza storica. Ed è anche questo tratto di Milena giornalista politica, che ci restituisce la Buber-Neumann: Milena Jasenská, fino alla fine morte adoperò la sua penna a favore degli ebrei, per l’indipendenza della patria, contro i nazisti e contro lo spettro di una futura (e da lei prevista) dominazione sovietica.
Nel lager di Ravensbrück, in quanto oppositrici anche del regime sovietico, tra prigioniere comuniste fanatiche loro assolutamente nemiche, Milena e Margerete condussero una vita doppiamente assurda, oltre che infernale.
“Milena” della Buber-Neumann, è opera che, come quelle di Primo Levi, raccontando verità storiche senza alcun filtro di finzione, letterariamente non è ben classificabile: libri-testimonianza, si usano definire, senza accordar loro pieno titolo di letteratura. E Milena stessa raramente viene ricordata come scrittrice. È rimasta famosa come l’amante di Kafka. E lei soffriva per non aver scritto un libro “vero”, disse di sé di non essere stata mai capace di scrivere altro che lettere d’amore. A lei “una stanza tutta per se” che le avrebbe permesso di scrivere cose “vere”, non era bastata. Lei voleva una casa, una vita tutta per se e quindi si guadagnò la vita scrivendo, perché un compromesso-sacrificio alla Emily Dickinson, di vita per la poesia, per Milena sarebbe stato un vigliacco fallimento.
La Buber-Neumann racconta che nel lager, con Milena si scrivevano ogni giorno, rischiando di essere uccise. Le due amiche avevano deciso anche di scrivere un “vero” libro assieme, appena sarebbero uscite dal campo, e per il quale Milena (che “non sapeva resistere a un foglio bianco”) aveva persino steso la prefazione. Milena amava tanto la poesia, ma era convinta che solo “una prosa sobria aveva ancora titolo di esistere” e per lei non c’era niente che sorpassasse la prosa di Kafka.
E infine la Buber-Neumann ci racconta anche che un giorno, Milena le dette da leggere un racconto che aveva scritto per lei, intitolato: “La principessa e la macchia d’inchiostro”.
Privati per sempre di questo racconto – Milena morì il 15 maggio del ’44 - possiamo raccogliere tuttavia nel titolo il verso poetico che in sé racchiude, per una splendida immagine, la figura e la vita di Milena Jasenská tutta, di donna straordinaria e di scrittrice.
Per Margerte Buber-Neumann, scrivere questo libro su Milena deve aver rappresentato un’impresa infinitamente dolorosa. Averla compiuta comporta per noi il dovere di un riconoscimento. Non sempre i nostri libri preferiti sono bei romanzi o poesie. Talvolta sono libri scritti col sangue vivo e che ci hanno spiegato della vita, degli uomini e della storia, molto più di mille libri - di storia, di psicologia, di filosofia e di letteratura - messi assieme.

Jana Černá, detta Honza, la figlia di Milena, divenne scrittrice anche lei. Attivista del dissenso praghese, morì nel 1981, a 53 anni, in un incidente di macchina.
Margerete Buber-Neumann è morta il 6 novembre del 1989, tre giorni prima della caduta del muro.
L’èdizione originale tedesca di “Milena” è del 1977. Adelphi ha pubblicato la traduzione italiana nel 1986. Le mie traduzioni si basano sull’edizione francese, Du Seuil, 1986.

Ringrazio di cuore Fulvio Jannaco per l’editing del testo.

29 novembre 2009



Una rosa alla Dott.sa Bruna Ferretti, grazie alla quale mi è oggi possibile azzardare una ricerca, un canto, un amore.
g.c.

21 novembre 2009

18 ottobre 2009

I semi della sapienza
di Gian Carlo Zanon
da "Quattro Passi", Marzo 2009

Immaginiamo una donna, medico, scienziato, bella. Immaginiamola vestita di un camice bianco che mitiga, parzialmente, la sua identità femminile. Immaginiamola tesa ad una ricerca scientifica, una ricerca che dovrà divenire, una propria realizzazione di identità e, allo stesso tempo, una possibilità di realizzazione per altri esseri umani sconosciuti; donne e uomini di cui non vedrà mai il viso. Bene, ora immaginiamola vivere in una società teocratica dove solo i dogmi cristiani siano epistéme, cioè verità vera e quindi scientifica; una società dove un'opprimente cappa religiosa possa far si che le leggi vietino di affermare persino la verità sensibile della percezione. 
Immaginiamo questa donna fare questa ricerca in uno stato dove gli uomini che governano obblighino a credere solo alle "verità rivelate" suggeritegli da coloro che gestiscono l'alienazione religiosa, facendo di ciò che è, ciò che non è, e di ciò che non è, ciò che è: stiamo parlando di Ipazia, scienziata alessandrina, certamente non solo di Ipazia.
In un mondo scientifico che, ancor oggi, parla quasi esclusivamente al maschile, Ipazia viene ricordata come la prima scienziata della storia. Fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ipazia fu anche l'inventrice dell'astrolabio, del planisfero e dell'idroscopio, oltre che la principale esponente della scuola neoplatonica. Figlia di Teone, rettore dell'università di Alessandria e famoso matematico egli stesso, è passata alla storia scientifica per i suoi commenti ai classici greci: si devono a lei le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell'Oriente, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di annullamento imposto dalla teocrazia cristiana. Così parlava di lei Damascio, filosofo neoplatonico, ultimo direttore dell'Accademia di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529: «Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia. La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica. Era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei».
Anche per il poeta Pallada bellezza e sapienza erano fuse in lei: «Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza della parola, astro incontaminato della sapiente cultura».Questa fu Ipazia, un astro di sapiente bellezza solitaria, nel tempo in cui i non aderenti al cristianesimo canonico, venivano perseguitati e giustiziati.
La filosofa alessandrina cadde in un agguato e fu crudelmente assassinata l'otto marzo del 415 d.C., dai monaci parabolari, sgherri assetati di sangue pagano, guidati da Cirillo, vescovo di Alessandria. Il suo corpo fu fatto a pezzi ed infine bruciato.
Con lei finì per secoli, la libera ricerca, che veniva punita con la morte dagli editti teodosiani ancor oggi non disconosciuti dalla Chiesa cattolica. Scrivono Petta e Colavito: «Per i successivi 1200 anni la Chiesa di Roma manovrò principi, re ed imperatori per tenere a freno il suo più acerrimo nemico: il sapere, la conoscenza. Il 17 febbraio dell'anno 1600 la Chiesa di Roma fece bruciare vivo Giordano Bruno, il filosofo e scienziato che aveva studiato gli atomisti greci e che, attraverso le opere di Democrito, aveva capito l'essenza di quegli universi infiniti che Ipazia aveva intuito. Il 22 giugno 1633 la Chiesa di Roma fece abiurare Galileo Galilei, il quale aveva proseguito l'opera della Scuola Alessandrina e di Ipazia nella sperimentazione della scienza».
Papa Pio XII nel 1944, per festeggiare i 1500 anni della morte di San Cirillo di Alessandria, promulgò l'enciclica Orientalis Ecclesiae, per "esaltare con somme lodi" e "tributare venerazione a San Cirillo", a colui che aveva fatto massacrare ebrei, nestoriani, pagani e fatto bruciare la biblioteca di Alessandria d'Egitto; a colui che aveva fatto assassinare Ipazia, la madre della scienza moderna. 
Immaginiamo una donna, medico, bella. Immaginiamola vestita di un camice bianca che mitiga, parzialmente, la sua identità femminile. Immaginiamo che abbia tra le mani semi di sapienza ricevuti da Ipazia, la scienziata alessandrina.

Gian Carlo Zanon
Febbraio 2009

Adriano Petta, Antonino Colavito Ipazia, scienziata alessandrina, Lampi di Stampa, pp 288, Euro 15,00

Caterina Contini, Ipazia e la notte, Longanesi; Collana La Gaia Scienza . pp 272, Euro 15,00

10 marzo 2009

Caro Augias,
Nell'articolo di oggi martedì 3 marzo Pietro Citati ha spiegato che il Vangelo, quando parla di vita, intende qualcosa che non ha niente a che fare con il dibattito attuale intorno all’inizio e alla fine della vita, su cui si dividono laici e cattolici. La vita eterna infatti, zoe ton aionon, è termine religioso: di fatto coincidente con la morte, è una questione di fede personale, che certo non può essere oggetto di leggi e decreti. La vita sulla terra, per la quale - scrive Citati - il Vangelo di Giovanni “non provava il minimo interesse”, per i Greci era bios oppure psyché. Termine generico il primo, designa indistintamente qualsiasi forma di vita. Solo il secondo è specifico della vita umana. Sarebbe molto importante che sul significato della parola psyché, che Citati dice di non poter trattare in un articolo, Repubblica aprisse un dibattito storico e scientifico, che approfondisse come la parola greca originaria abbia assunto, da Platone in poi, il significato di “anima razionale” scissa dal corpo, che in origine non aveva, poi passato al cristianesimo. E come esista da quasi quaranta anni la teoria di Massimo Fagioli, scientificamente convalidata, che stabilisce con esattezza che la realtà psichica, e con essa la vita umana, ha origine dalla realtà biologica al momento della nascita, quando inizia l’attività cerebrale, e ha fine quando essa cessa.
I miei più cordiali saluti
Noemi Ghetti

9 febbraio 2009

Gian Carlo Zanon
Antigone, ancora…

Antigone (a Creonte) - Si, lo so voi non riuscite più a capirmi. Vi parlo da troppo lontano ormai, vi parlo da un luogo dove non vi è più permesso entrare con le vostre rughe , con la vostra ragione, la vostra pancia. Potete solo restarvene fuori seduto sulla porta come un mendicante, a sgranocchiare quella pagnotta dura che voi dite essere vita.

(…)

Creonte - Ti ordino di star zitta, adesso, hai capito?

Antigone – Tu mi ordini guitto? Credi di potermi ordinare qualcosa?

Jean Anouilh, Antigone

Verrebbe da raccontare una storia. Una storia che evochi l’immagine di Antigone, la giovane che si ribella alle leggi inique di Creonte. Antigone copre di terra il corpo morto del fratello, Polinice, che il tiranno Creonte vuole lasciare insepolto, in pasto ai cani. La fanciulla di Tebe accetta la morte; ha accompagnato con la sorella, Ismene, il padre, Edipo, all’estrema dimora, a Colono, nel sacro bosco delle Eumenidi; non può accettare una legge ad personam del tiranno di Tebe che vuole solo dimostrare che le sue istanze, anche le più perverse, devono esse rispettate, perché, solo in questo modo, può certificare il suo assoluto potere. Antigone, sarà per quel suo nome dove sta già inscritta la propria identità umana, “colei che genera in opposizione”, non può adeguarsi alle leggi inumane volute dai tiranni. Lei, la ragazza, ha la propria legge interna; legge intangibile alla quale non può ribellarsi perché è tutto il suo essere, il suo daimon, la sua immagine interna più profonda che non può assolutamente tradire. Beppino Englaro ha affermato che non può fermare la sua lotta per poter seppellire la figlia; ha detto che anche se avesse tutto il mondo contro lo farebbe comunque perché “non può andare contro se stesso”. Anouilh, nella sua versione teatrale del mito di Antigone, quando alla ragazza vengono, apparentemente e logicamente, a mancare le ragioni della ragione per quel gesto… irrazionale, che la sta portando verso la morte, le fa dire: «lo faccio per me». E il padre di Eluana Englaro rivendica quel se stesso, che ha preso in sé l’immagine della figlia la quale certamente si ribellava al delirio metafisico della cultura, certamente non pensava che un dio, creato nella testa degli uomini, le avesse dato in prestito la vita, che quindi non gli apparteneva e che solo quel dio poteva decidere se riprenderla o meno, come e quando avesse voluto.
Beppino Englaro, sedici anni fa, fu catapultato in una tragedia assurda; perché, per chi ama, appare sempre innaturale ed assurda la morte, in un incidente stradale, di una giovane donna. Difficile rassegnarsi religiosamente o, meglio, è troppo facile rassegnarsi religiosamente, fantasticando altri mondi al di là della vita. Per Englaro, la ribellione alla morte si trasformò in etica personale e civile. Per il padre, l’immagine della ragazza, diventava immagine di lotta senza fine contro tutti coloro che si sarebbero opposti al pensiero della figlia. Le idee, i pensieri, il rifiuto all’alienazione religiosa della figlia, divenivano l’immagine femminile del padre …Antigone. Tutto questo non significa che Beppino Englaro si sia identificato con Eluana… però sappiamo perfettamente chi sia il tiranno che si è identificato con Creonte, il quale lascia Polinice insepolto, in pasto ai cani …chi siano i cani ….
Si vorrebbe dire di… una storia ma si intende la storia, la vicenda di Beppino Englaro, no, non di Eluana Englaro, lei non vive più gli accidenti della storia, il suo tempo umano si è fermato quando il pensiero è finito per sempre, tanti anni fa, come ripete da tempo Beppino Englaro.

Gian Carlo Zanon
7 febbraio ‘09

25 ottobre 2008

Nasce avances, il supplemento di “segnalazioni” dedicato ai contributi originali. L’articolo di esordio, a firma di Livia Profeti, esplora i rapporti tra la moderna teologia cristiana e la filosofia di Martin Heidegger, anche in relazione al dibattito in corso nel XII Sinodo dei vescovi che si chiuderà domani.

25 ottobre 2008
L’ombra di Heidegger sul Sinodo

di Livia Profeti

A partire dallo scorso giugno il Vaticano ha indetto uno speciale anno giubilare per il bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, avvenuta secondo gli storici tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Nell’ambito delle pubblicazioni per la sua celebrazione figura anche un volume dedicato alle lezioni che il filosofo Martin Heidegger tenne sulle Lettere paoline nel 1920-21, Heidegger e San Paolo (Urbaniana University Press), curato dal professore emerito di Metafisica alla Pontificia Università Lateranense Aniceto Molinaro.

Il sodalizio tra la teologia cristiana e la filosofia di Heidegger, sebbene noto per lo più agli specialisti, è di lunga data. Molti tra i più importanti teologi del secolo scorso erano heideggeriani, come il protestante Rudolf Bultmann, che con la sua esegesi ha aperto la strada alla Teologia della Liberazione, e il gesuita Karl Rahner, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, che negli anni ’60 scrisse anche alcuni saggi a quattro mani con l’attuale Papa Benedetto XVI. Joseph Ratzinger, nato in Baviera nel 1927, ha sviluppato il suo pensiero attraverso il confronto con la riflessione filosofica in sintonia con la moderna teologia tedesca, ed Heidegger è uno degli autori «maggiormente valorizzati» nella sua riflessione, come afferma in Fede cristiana come “Stare e comprendere” Andrea Bellandi, attuale Preside della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Del persistente rapporto tra il pensiero del filosofo e la teologia cristiana è testimone anche il recente lavoro di Duilio Albarello La libertà e l’evento. Percorsi di teologia filosofica dopo Heidegger (Ed. Glossa), che si propone di perseguire l’impresa di Benedetto XVI di «allargare gli spazi della razionalità» attraverso il confronto con alcuni esponenti della Scuola heideggeriana cattolica (J.B. Lotzs, M. Müller e B. Welte).

In questo contesto, il volume Heidegger e San Paolo si compone di alcuni interventi dello stesso curatore e di altri esperti heideggeriani, tra i quali Bernhard Casper dell’Università teologica di Friburgo. Per Casper, le lezioni intorno alle Lettere testimoniano che la ricerca del giovane Heidegger sull’«esserci» umano è strettamente connessa con «l’interrogazione intorno a un essere cristiano originario»; a suo parere, con le lezioni e con i Contributi alla filosofia del 1936 è divenuto più chiaro il modo in cui il suo pensiero è legato alla ricerca di una nuova comprensione della fede cristiana. Molinaro aggiunge che nelle lezioni su Paolo di Tarso c’è il germe dei temi che Heidegger svolgerà in seguito, tra i quali quelli della storicità e del destino. Anche Monsignor Gianfranco Ravasi ha indugiato sugli stessi aspetti, mettendo in connessione i termini heideggeriani di «compimento o destinalità» con l’intreccio tra storicità ed escatologia contenuto nella Lettera ai Tessalonicesi. Nella recensione al volume pubblicata sul Sole 24ore del 21 settembre scorso, il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura nota che sebbene Heidegger per un periodo si staccò dal cattolicesimo, «il legame con le radici cristiane riaffiorò ben presto e queste lezioni ne sono un’attestazione», come pure esse costituiscono «la culla della sua futura ramificata architettura ideale che avrà una prima grandiosa componente nell’Essere e tempo del 1927».

Heidegger ha descritto il suo enigmatico concetto di storia nei termini di un «destino dell’Essere», che gli uomini devono cogliere come in una sorta di rivelazione, assecondando il suo «svelarsi» nell’«evento». Una concezione espressa con linguaggio oracolare nei Contributi, che essendo successivi alla fase del rettorato di Friburgo non smentiscono la sua partecipazione attiva al regime nazista, bensì confermano a posteriori che egli vi aderì basandosi sulla propria teoria, ritenendolo una tappa di tale presunto “svelamento”. Nel suo La mia vita in Germania Karl Löwith ha infatti reso noto che Heidegger, sempre nel ’36, gli rafforzò la convinzione che «la sua presa di posizione a favore del nazionalsocialismo fosse insita nella essenza della sua filosofia», precisando che al fondamento del suo impegno politico c’era proprio il suo concetto di “storicità”.

In questi giorni si sta svolgendo il XII Sinodo dei vescovi, che proprio sul metodo storico-scientifico con il quale interpretare le Scritture, vede svolgersi un acceso dibattito nel quale si contrappongono i sostenitori dell’esegesi storico-critica e coloro che invece rivendicano la superiorità dell’impostazione «spirituale». Colpisce che nell’ambito culturale ad esso collegato continui ad aleggiare il nome di un pensatore che, sulla base della propria filosofia, ha potuto apprezzare il regime di Hitler come un «evento» storico del «destino dell’Essere».