29 novembre 2009
Una rosa alla Dott.sa Bruna Ferretti, grazie alla quale mi è oggi possibile azzardare una ricerca, un canto, un amore.
g.c.
21 novembre 2009
18 ottobre 2009
I semi della sapienza
di Gian Carlo Zanon
da "Quattro Passi", Marzo 2009
Immaginiamo una donna, medico, scienziato, bella. Immaginiamola vestita di un camice bianco che mitiga, parzialmente, la sua identità femminile. Immaginiamola tesa ad una ricerca scientifica, una ricerca che dovrà divenire, una propria realizzazione di identità e, allo stesso tempo, una possibilità di realizzazione per altri esseri umani sconosciuti; donne e uomini di cui non vedrà mai il viso. Bene, ora immaginiamola vivere in una società teocratica dove solo i dogmi cristiani siano epistéme, cioè verità vera e quindi scientifica; una società dove un'opprimente cappa religiosa possa far si che le leggi vietino di affermare persino la verità sensibile della percezione. Immaginiamo questa donna fare questa ricerca in uno stato dove gli uomini che governano obblighino a credere solo alle "verità rivelate" suggeritegli da coloro che gestiscono l'alienazione religiosa, facendo di ciò che è, ciò che non è, e di ciò che non è, ciò che è: stiamo parlando di Ipazia, scienziata alessandrina, certamente non solo di Ipazia. In un mondo scientifico che, ancor oggi, parla quasi esclusivamente al maschile, Ipazia viene ricordata come la prima scienziata della storia. Fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ipazia fu anche l'inventrice dell'astrolabio, del planisfero e dell'idroscopio, oltre che la principale esponente della scuola neoplatonica. Figlia di Teone, rettore dell'università di Alessandria e famoso matematico egli stesso, è passata alla storia scientifica per i suoi commenti ai classici greci: si devono a lei le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell'Oriente, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di annullamento imposto dalla teocrazia cristiana. Così parlava di lei Damascio, filosofo neoplatonico, ultimo direttore dell'Accademia di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529: «Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia. La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica. Era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei».
Anche per il poeta Pallada bellezza e sapienza erano fuse in lei: «Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza della parola, astro incontaminato della sapiente cultura».Questa fu Ipazia, un astro di sapiente bellezza solitaria, nel tempo in cui i non aderenti al cristianesimo canonico, venivano perseguitati e giustiziati.
La filosofa alessandrina cadde in un agguato e fu crudelmente assassinata l'otto marzo del 415 d.C., dai monaci parabolari, sgherri assetati di sangue pagano, guidati da Cirillo, vescovo di Alessandria. Il suo corpo fu fatto a pezzi ed infine bruciato.
Con lei finì per secoli, la libera ricerca, che veniva punita con la morte dagli editti teodosiani ancor oggi non disconosciuti dalla Chiesa cattolica. Scrivono Petta e Colavito: «Per i successivi 1200 anni la Chiesa di Roma manovrò principi, re ed imperatori per tenere a freno il suo più acerrimo nemico: il sapere, la conoscenza. Il 17 febbraio dell'anno 1600 la Chiesa di Roma fece bruciare vivo Giordano Bruno, il filosofo e scienziato che aveva studiato gli atomisti greci e che, attraverso le opere di Democrito, aveva capito l'essenza di quegli universi infiniti che Ipazia aveva intuito. Il 22 giugno 1633 la Chiesa di Roma fece abiurare Galileo Galilei, il quale aveva proseguito l'opera della Scuola Alessandrina e di Ipazia nella sperimentazione della scienza».
Papa Pio XII nel 1944, per festeggiare i 1500 anni della morte di San Cirillo di Alessandria, promulgò l'enciclica Orientalis Ecclesiae, per "esaltare con somme lodi" e "tributare venerazione a San Cirillo", a colui che aveva fatto massacrare ebrei, nestoriani, pagani e fatto bruciare la biblioteca di Alessandria d'Egitto; a colui che aveva fatto assassinare Ipazia, la madre della scienza moderna. Immaginiamo una donna, medico, bella. Immaginiamola vestita di un camice bianca che mitiga, parzialmente, la sua identità femminile. Immaginiamo che abbia tra le mani semi di sapienza ricevuti da Ipazia, la scienziata alessandrina.
Adriano Petta, Antonino Colavito Ipazia, scienziata alessandrina, Lampi di Stampa, pp 288, Euro 15,00
Caterina Contini, Ipazia e la notte, Longanesi; Collana La Gaia Scienza . pp 272, Euro 15,00
di Gian Carlo Zanon
da "Quattro Passi", Marzo 2009
Immaginiamo una donna, medico, scienziato, bella. Immaginiamola vestita di un camice bianco che mitiga, parzialmente, la sua identità femminile. Immaginiamola tesa ad una ricerca scientifica, una ricerca che dovrà divenire, una propria realizzazione di identità e, allo stesso tempo, una possibilità di realizzazione per altri esseri umani sconosciuti; donne e uomini di cui non vedrà mai il viso. Bene, ora immaginiamola vivere in una società teocratica dove solo i dogmi cristiani siano epistéme, cioè verità vera e quindi scientifica; una società dove un'opprimente cappa religiosa possa far si che le leggi vietino di affermare persino la verità sensibile della percezione. Immaginiamo questa donna fare questa ricerca in uno stato dove gli uomini che governano obblighino a credere solo alle "verità rivelate" suggeritegli da coloro che gestiscono l'alienazione religiosa, facendo di ciò che è, ciò che non è, e di ciò che non è, ciò che è: stiamo parlando di Ipazia, scienziata alessandrina, certamente non solo di Ipazia. In un mondo scientifico che, ancor oggi, parla quasi esclusivamente al maschile, Ipazia viene ricordata come la prima scienziata della storia. Fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ipazia fu anche l'inventrice dell'astrolabio, del planisfero e dell'idroscopio, oltre che la principale esponente della scuola neoplatonica. Figlia di Teone, rettore dell'università di Alessandria e famoso matematico egli stesso, è passata alla storia scientifica per i suoi commenti ai classici greci: si devono a lei le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell'Oriente, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di annullamento imposto dalla teocrazia cristiana. Così parlava di lei Damascio, filosofo neoplatonico, ultimo direttore dell'Accademia di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529: «Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia. La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica. Era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei».
Anche per il poeta Pallada bellezza e sapienza erano fuse in lei: «Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza della parola, astro incontaminato della sapiente cultura».Questa fu Ipazia, un astro di sapiente bellezza solitaria, nel tempo in cui i non aderenti al cristianesimo canonico, venivano perseguitati e giustiziati.
La filosofa alessandrina cadde in un agguato e fu crudelmente assassinata l'otto marzo del 415 d.C., dai monaci parabolari, sgherri assetati di sangue pagano, guidati da Cirillo, vescovo di Alessandria. Il suo corpo fu fatto a pezzi ed infine bruciato.
Con lei finì per secoli, la libera ricerca, che veniva punita con la morte dagli editti teodosiani ancor oggi non disconosciuti dalla Chiesa cattolica. Scrivono Petta e Colavito: «Per i successivi 1200 anni la Chiesa di Roma manovrò principi, re ed imperatori per tenere a freno il suo più acerrimo nemico: il sapere, la conoscenza. Il 17 febbraio dell'anno 1600 la Chiesa di Roma fece bruciare vivo Giordano Bruno, il filosofo e scienziato che aveva studiato gli atomisti greci e che, attraverso le opere di Democrito, aveva capito l'essenza di quegli universi infiniti che Ipazia aveva intuito. Il 22 giugno 1633 la Chiesa di Roma fece abiurare Galileo Galilei, il quale aveva proseguito l'opera della Scuola Alessandrina e di Ipazia nella sperimentazione della scienza».
Papa Pio XII nel 1944, per festeggiare i 1500 anni della morte di San Cirillo di Alessandria, promulgò l'enciclica Orientalis Ecclesiae, per "esaltare con somme lodi" e "tributare venerazione a San Cirillo", a colui che aveva fatto massacrare ebrei, nestoriani, pagani e fatto bruciare la biblioteca di Alessandria d'Egitto; a colui che aveva fatto assassinare Ipazia, la madre della scienza moderna. Immaginiamo una donna, medico, bella. Immaginiamola vestita di un camice bianca che mitiga, parzialmente, la sua identità femminile. Immaginiamo che abbia tra le mani semi di sapienza ricevuti da Ipazia, la scienziata alessandrina.
Gian Carlo Zanon
Febbraio 2009
Febbraio 2009
Adriano Petta, Antonino Colavito Ipazia, scienziata alessandrina, Lampi di Stampa, pp 288, Euro 15,00
Caterina Contini, Ipazia e la notte, Longanesi; Collana La Gaia Scienza . pp 272, Euro 15,00
10 marzo 2009
Caro Augias,
Nell'articolo di oggi martedì 3 marzo Pietro Citati ha spiegato che il Vangelo, quando parla di vita, intende qualcosa che non ha niente a che fare con il dibattito attuale intorno all’inizio e alla fine della vita, su cui si dividono laici e cattolici. La vita eterna infatti, zoe ton aionon, è termine religioso: di fatto coincidente con la morte, è una questione di fede personale, che certo non può essere oggetto di leggi e decreti. La vita sulla terra, per la quale - scrive Citati - il Vangelo di Giovanni “non provava il minimo interesse”, per i Greci era bios oppure psyché. Termine generico il primo, designa indistintamente qualsiasi forma di vita. Solo il secondo è specifico della vita umana. Sarebbe molto importante che sul significato della parola psyché, che Citati dice di non poter trattare in un articolo, Repubblica aprisse un dibattito storico e scientifico, che approfondisse come la parola greca originaria abbia assunto, da Platone in poi, il significato di “anima razionale” scissa dal corpo, che in origine non aveva, poi passato al cristianesimo. E come esista da quasi quaranta anni la teoria di Massimo Fagioli, scientificamente convalidata, che stabilisce con esattezza che la realtà psichica, e con essa la vita umana, ha origine dalla realtà biologica al momento della nascita, quando inizia l’attività cerebrale, e ha fine quando essa cessa.
Nell'articolo di oggi martedì 3 marzo Pietro Citati ha spiegato che il Vangelo, quando parla di vita, intende qualcosa che non ha niente a che fare con il dibattito attuale intorno all’inizio e alla fine della vita, su cui si dividono laici e cattolici. La vita eterna infatti, zoe ton aionon, è termine religioso: di fatto coincidente con la morte, è una questione di fede personale, che certo non può essere oggetto di leggi e decreti. La vita sulla terra, per la quale - scrive Citati - il Vangelo di Giovanni “non provava il minimo interesse”, per i Greci era bios oppure psyché. Termine generico il primo, designa indistintamente qualsiasi forma di vita. Solo il secondo è specifico della vita umana. Sarebbe molto importante che sul significato della parola psyché, che Citati dice di non poter trattare in un articolo, Repubblica aprisse un dibattito storico e scientifico, che approfondisse come la parola greca originaria abbia assunto, da Platone in poi, il significato di “anima razionale” scissa dal corpo, che in origine non aveva, poi passato al cristianesimo. E come esista da quasi quaranta anni la teoria di Massimo Fagioli, scientificamente convalidata, che stabilisce con esattezza che la realtà psichica, e con essa la vita umana, ha origine dalla realtà biologica al momento della nascita, quando inizia l’attività cerebrale, e ha fine quando essa cessa.
I miei più cordiali saluti
Noemi Ghetti
Noemi Ghetti
09 febbraio 2009
Gian Carlo Zanon
Antigone, ancora…
Antigone (a Creonte) - Si, lo so voi non riuscite più a capirmi. Vi parlo da troppo lontano ormai, vi parlo da un luogo dove non vi è più permesso entrare con le vostre rughe , con la vostra ragione, la vostra pancia. Potete solo restarvene fuori seduto sulla porta come un mendicante, a sgranocchiare quella pagnotta dura che voi dite essere vita.
(…)
Creonte - Ti ordino di star zitta, adesso, hai capito?
Antigone – Tu mi ordini guitto? Credi di potermi ordinare qualcosa?
Verrebbe da raccontare una storia. Una storia che evochi l’immagine di Antigone, la giovane che si ribella alle leggi inique di Creonte. Antigone copre di terra il corpo morto del fratello, Polinice, che il tiranno Creonte vuole lasciare insepolto, in pasto ai cani. La fanciulla di Tebe accetta la morte; ha accompagnato con la sorella, Ismene, il padre, Edipo, all’estrema dimora, a Colono, nel sacro bosco delle Eumenidi; non può accettare una legge ad personam del tiranno di Tebe che vuole solo dimostrare che le sue istanze, anche le più perverse, devono esse rispettate, perché, solo in questo modo, può certificare il suo assoluto potere. Antigone, sarà per quel suo nome dove sta già inscritta la propria identità umana, “colei che genera in opposizione”, non può adeguarsi alle leggi inumane volute dai tiranni. Lei, la ragazza, ha la propria legge interna; legge intangibile alla quale non può ribellarsi perché è tutto il suo essere, il suo daimon, la sua immagine interna più profonda che non può assolutamente tradire. Beppino Englaro ha affermato che non può fermare la sua lotta per poter seppellire la figlia; ha detto che anche se avesse tutto il mondo contro lo farebbe comunque perché “non può andare contro se stesso”. Anouilh, nella sua versione teatrale del mito di Antigone, quando alla ragazza vengono, apparentemente e logicamente, a mancare le ragioni della ragione per quel gesto… irrazionale, che la sta portando verso la morte, le fa dire: «lo faccio per me». E il padre di Eluana Englaro rivendica quel se stesso, che ha preso in sé l’immagine della figlia la quale certamente si ribellava al delirio metafisico della cultura, certamente non pensava che un dio, creato nella testa degli uomini, le avesse dato in prestito la vita, che quindi non gli apparteneva e che solo quel dio poteva decidere se riprenderla o meno, come e quando avesse voluto.
Beppino Englaro, sedici anni fa, fu catapultato in una tragedia assurda; perché, per chi ama, appare sempre innaturale ed assurda la morte, in un incidente stradale, di una giovane donna. Difficile rassegnarsi religiosamente o, meglio, è troppo facile rassegnarsi religiosamente, fantasticando altri mondi al di là della vita. Per Englaro, la ribellione alla morte si trasformò in etica personale e civile. Per il padre, l’immagine della ragazza, diventava immagine di lotta senza fine contro tutti coloro che si sarebbero opposti al pensiero della figlia. Le idee, i pensieri, il rifiuto all’alienazione religiosa della figlia, divenivano l’immagine femminile del padre …Antigone. Tutto questo non significa che Beppino Englaro si sia identificato con Eluana… però sappiamo perfettamente chi sia il tiranno che si è identificato con Creonte, il quale lascia Polinice insepolto, in pasto ai cani …chi siano i cani ….
Si vorrebbe dire di… una storia ma si intende la storia, la vicenda di Beppino Englaro, no, non di Eluana Englaro, lei non vive più gli accidenti della storia, il suo tempo umano si è fermato quando il pensiero è finito per sempre, tanti anni fa, come ripete da tempo Beppino Englaro.
Antigone, ancora…
Antigone (a Creonte) - Si, lo so voi non riuscite più a capirmi. Vi parlo da troppo lontano ormai, vi parlo da un luogo dove non vi è più permesso entrare con le vostre rughe , con la vostra ragione, la vostra pancia. Potete solo restarvene fuori seduto sulla porta come un mendicante, a sgranocchiare quella pagnotta dura che voi dite essere vita.
(…)
Creonte - Ti ordino di star zitta, adesso, hai capito?
Antigone – Tu mi ordini guitto? Credi di potermi ordinare qualcosa?
Jean Anouilh, Antigone
Verrebbe da raccontare una storia. Una storia che evochi l’immagine di Antigone, la giovane che si ribella alle leggi inique di Creonte. Antigone copre di terra il corpo morto del fratello, Polinice, che il tiranno Creonte vuole lasciare insepolto, in pasto ai cani. La fanciulla di Tebe accetta la morte; ha accompagnato con la sorella, Ismene, il padre, Edipo, all’estrema dimora, a Colono, nel sacro bosco delle Eumenidi; non può accettare una legge ad personam del tiranno di Tebe che vuole solo dimostrare che le sue istanze, anche le più perverse, devono esse rispettate, perché, solo in questo modo, può certificare il suo assoluto potere. Antigone, sarà per quel suo nome dove sta già inscritta la propria identità umana, “colei che genera in opposizione”, non può adeguarsi alle leggi inumane volute dai tiranni. Lei, la ragazza, ha la propria legge interna; legge intangibile alla quale non può ribellarsi perché è tutto il suo essere, il suo daimon, la sua immagine interna più profonda che non può assolutamente tradire. Beppino Englaro ha affermato che non può fermare la sua lotta per poter seppellire la figlia; ha detto che anche se avesse tutto il mondo contro lo farebbe comunque perché “non può andare contro se stesso”. Anouilh, nella sua versione teatrale del mito di Antigone, quando alla ragazza vengono, apparentemente e logicamente, a mancare le ragioni della ragione per quel gesto… irrazionale, che la sta portando verso la morte, le fa dire: «lo faccio per me». E il padre di Eluana Englaro rivendica quel se stesso, che ha preso in sé l’immagine della figlia la quale certamente si ribellava al delirio metafisico della cultura, certamente non pensava che un dio, creato nella testa degli uomini, le avesse dato in prestito la vita, che quindi non gli apparteneva e che solo quel dio poteva decidere se riprenderla o meno, come e quando avesse voluto.
Beppino Englaro, sedici anni fa, fu catapultato in una tragedia assurda; perché, per chi ama, appare sempre innaturale ed assurda la morte, in un incidente stradale, di una giovane donna. Difficile rassegnarsi religiosamente o, meglio, è troppo facile rassegnarsi religiosamente, fantasticando altri mondi al di là della vita. Per Englaro, la ribellione alla morte si trasformò in etica personale e civile. Per il padre, l’immagine della ragazza, diventava immagine di lotta senza fine contro tutti coloro che si sarebbero opposti al pensiero della figlia. Le idee, i pensieri, il rifiuto all’alienazione religiosa della figlia, divenivano l’immagine femminile del padre …Antigone. Tutto questo non significa che Beppino Englaro si sia identificato con Eluana… però sappiamo perfettamente chi sia il tiranno che si è identificato con Creonte, il quale lascia Polinice insepolto, in pasto ai cani …chi siano i cani ….
Si vorrebbe dire di… una storia ma si intende la storia, la vicenda di Beppino Englaro, no, non di Eluana Englaro, lei non vive più gli accidenti della storia, il suo tempo umano si è fermato quando il pensiero è finito per sempre, tanti anni fa, come ripete da tempo Beppino Englaro.
Gian Carlo Zanon
7 febbraio ‘09
7 febbraio ‘09
25 ottobre 2008
Nasce avances, il supplemento di “segnalazioni” dedicato ai contributi originali. L’articolo di esordio, a firma di Livia Profeti, esplora i rapporti tra la moderna teologia cristiana e la filosofia di Martin Heidegger, anche in relazione al dibattito in corso nel XII Sinodo dei vescovi che si chiuderà domani.
25 ottobre 2008
L’ombra di Heidegger sul Sinodo
di Livia Profeti
A partire dallo scorso giugno il Vaticano ha indetto uno speciale anno giubilare per il bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, avvenuta secondo gli storici tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Nell’ambito delle pubblicazioni per la sua celebrazione figura anche un volume dedicato alle lezioni che il filosofo Martin Heidegger tenne sulle Lettere paoline nel 1920-21, Heidegger e San Paolo (Urbaniana University Press), curato dal professore emerito di Metafisica alla Pontificia Università Lateranense Aniceto Molinaro.
Il sodalizio tra la teologia cristiana e la filosofia di Heidegger, sebbene noto per lo più agli specialisti, è di lunga data. Molti tra i più importanti teologi del secolo scorso erano heideggeriani, come il protestante Rudolf Bultmann, che con la sua esegesi ha aperto la strada alla Teologia della Liberazione, e il gesuita Karl Rahner, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, che negli anni ’60 scrisse anche alcuni saggi a quattro mani con l’attuale Papa Benedetto XVI. Joseph Ratzinger, nato in Baviera nel 1927, ha sviluppato il suo pensiero attraverso il confronto con la riflessione filosofica in sintonia con la moderna teologia tedesca, ed Heidegger è uno degli autori «maggiormente valorizzati» nella sua riflessione, come afferma in Fede cristiana come “Stare e comprendere” Andrea Bellandi, attuale Preside della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Del persistente rapporto tra il pensiero del filosofo e la teologia cristiana è testimone anche il recente lavoro di Duilio Albarello La libertà e l’evento. Percorsi di teologia filosofica dopo Heidegger (Ed. Glossa), che si propone di perseguire l’impresa di Benedetto XVI di «allargare gli spazi della razionalità» attraverso il confronto con alcuni esponenti della Scuola heideggeriana cattolica (J.B. Lotzs, M. Müller e B. Welte).
In questo contesto, il volume Heidegger e San Paolo si compone di alcuni interventi dello stesso curatore e di altri esperti heideggeriani, tra i quali Bernhard Casper dell’Università teologica di Friburgo. Per Casper, le lezioni intorno alle Lettere testimoniano che la ricerca del giovane Heidegger sull’«esserci» umano è strettamente connessa con «l’interrogazione intorno a un essere cristiano originario»; a suo parere, con le lezioni e con i Contributi alla filosofia del 1936 è divenuto più chiaro il modo in cui il suo pensiero è legato alla ricerca di una nuova comprensione della fede cristiana. Molinaro aggiunge che nelle lezioni su Paolo di Tarso c’è il germe dei temi che Heidegger svolgerà in seguito, tra i quali quelli della storicità e del destino. Anche Monsignor Gianfranco Ravasi ha indugiato sugli stessi aspetti, mettendo in connessione i termini heideggeriani di «compimento o destinalità» con l’intreccio tra storicità ed escatologia contenuto nella Lettera ai Tessalonicesi. Nella recensione al volume pubblicata sul Sole 24ore del 21 settembre scorso, il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura nota che sebbene Heidegger per un periodo si staccò dal cattolicesimo, «il legame con le radici cristiane riaffiorò ben presto e queste lezioni ne sono un’attestazione», come pure esse costituiscono «la culla della sua futura ramificata architettura ideale che avrà una prima grandiosa componente nell’Essere e tempo del 1927».
Heidegger ha descritto il suo enigmatico concetto di storia nei termini di un «destino dell’Essere», che gli uomini devono cogliere come in una sorta di rivelazione, assecondando il suo «svelarsi» nell’«evento». Una concezione espressa con linguaggio oracolare nei Contributi, che essendo successivi alla fase del rettorato di Friburgo non smentiscono la sua partecipazione attiva al regime nazista, bensì confermano a posteriori che egli vi aderì basandosi sulla propria teoria, ritenendolo una tappa di tale presunto “svelamento”. Nel suo La mia vita in Germania Karl Löwith ha infatti reso noto che Heidegger, sempre nel ’36, gli rafforzò la convinzione che «la sua presa di posizione a favore del nazionalsocialismo fosse insita nella essenza della sua filosofia», precisando che al fondamento del suo impegno politico c’era proprio il suo concetto di “storicità”.
In questi giorni si sta svolgendo il XII Sinodo dei vescovi, che proprio sul metodo storico-scientifico con il quale interpretare le Scritture, vede svolgersi un acceso dibattito nel quale si contrappongono i sostenitori dell’esegesi storico-critica e coloro che invece rivendicano la superiorità dell’impostazione «spirituale». Colpisce che nell’ambito culturale ad esso collegato continui ad aleggiare il nome di un pensatore che, sulla base della propria filosofia, ha potuto apprezzare il regime di Hitler come un «evento» storico del «destino dell’Essere».
25 ottobre 2008
L’ombra di Heidegger sul Sinodo
di Livia Profeti
A partire dallo scorso giugno il Vaticano ha indetto uno speciale anno giubilare per il bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, avvenuta secondo gli storici tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Nell’ambito delle pubblicazioni per la sua celebrazione figura anche un volume dedicato alle lezioni che il filosofo Martin Heidegger tenne sulle Lettere paoline nel 1920-21, Heidegger e San Paolo (Urbaniana University Press), curato dal professore emerito di Metafisica alla Pontificia Università Lateranense Aniceto Molinaro.
Il sodalizio tra la teologia cristiana e la filosofia di Heidegger, sebbene noto per lo più agli specialisti, è di lunga data. Molti tra i più importanti teologi del secolo scorso erano heideggeriani, come il protestante Rudolf Bultmann, che con la sua esegesi ha aperto la strada alla Teologia della Liberazione, e il gesuita Karl Rahner, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, che negli anni ’60 scrisse anche alcuni saggi a quattro mani con l’attuale Papa Benedetto XVI. Joseph Ratzinger, nato in Baviera nel 1927, ha sviluppato il suo pensiero attraverso il confronto con la riflessione filosofica in sintonia con la moderna teologia tedesca, ed Heidegger è uno degli autori «maggiormente valorizzati» nella sua riflessione, come afferma in Fede cristiana come “Stare e comprendere” Andrea Bellandi, attuale Preside della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Del persistente rapporto tra il pensiero del filosofo e la teologia cristiana è testimone anche il recente lavoro di Duilio Albarello La libertà e l’evento. Percorsi di teologia filosofica dopo Heidegger (Ed. Glossa), che si propone di perseguire l’impresa di Benedetto XVI di «allargare gli spazi della razionalità» attraverso il confronto con alcuni esponenti della Scuola heideggeriana cattolica (J.B. Lotzs, M. Müller e B. Welte).
In questo contesto, il volume Heidegger e San Paolo si compone di alcuni interventi dello stesso curatore e di altri esperti heideggeriani, tra i quali Bernhard Casper dell’Università teologica di Friburgo. Per Casper, le lezioni intorno alle Lettere testimoniano che la ricerca del giovane Heidegger sull’«esserci» umano è strettamente connessa con «l’interrogazione intorno a un essere cristiano originario»; a suo parere, con le lezioni e con i Contributi alla filosofia del 1936 è divenuto più chiaro il modo in cui il suo pensiero è legato alla ricerca di una nuova comprensione della fede cristiana. Molinaro aggiunge che nelle lezioni su Paolo di Tarso c’è il germe dei temi che Heidegger svolgerà in seguito, tra i quali quelli della storicità e del destino. Anche Monsignor Gianfranco Ravasi ha indugiato sugli stessi aspetti, mettendo in connessione i termini heideggeriani di «compimento o destinalità» con l’intreccio tra storicità ed escatologia contenuto nella Lettera ai Tessalonicesi. Nella recensione al volume pubblicata sul Sole 24ore del 21 settembre scorso, il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura nota che sebbene Heidegger per un periodo si staccò dal cattolicesimo, «il legame con le radici cristiane riaffiorò ben presto e queste lezioni ne sono un’attestazione», come pure esse costituiscono «la culla della sua futura ramificata architettura ideale che avrà una prima grandiosa componente nell’Essere e tempo del 1927».
Heidegger ha descritto il suo enigmatico concetto di storia nei termini di un «destino dell’Essere», che gli uomini devono cogliere come in una sorta di rivelazione, assecondando il suo «svelarsi» nell’«evento». Una concezione espressa con linguaggio oracolare nei Contributi, che essendo successivi alla fase del rettorato di Friburgo non smentiscono la sua partecipazione attiva al regime nazista, bensì confermano a posteriori che egli vi aderì basandosi sulla propria teoria, ritenendolo una tappa di tale presunto “svelamento”. Nel suo La mia vita in Germania Karl Löwith ha infatti reso noto che Heidegger, sempre nel ’36, gli rafforzò la convinzione che «la sua presa di posizione a favore del nazionalsocialismo fosse insita nella essenza della sua filosofia», precisando che al fondamento del suo impegno politico c’era proprio il suo concetto di “storicità”.
In questi giorni si sta svolgendo il XII Sinodo dei vescovi, che proprio sul metodo storico-scientifico con il quale interpretare le Scritture, vede svolgersi un acceso dibattito nel quale si contrappongono i sostenitori dell’esegesi storico-critica e coloro che invece rivendicano la superiorità dell’impostazione «spirituale». Colpisce che nell’ambito culturale ad esso collegato continui ad aleggiare il nome di un pensatore che, sulla base della propria filosofia, ha potuto apprezzare il regime di Hitler come un «evento» storico del «destino dell’Essere».
